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I garanti europei della privacy e le attività di e-mail marketing

Una pronuncia dei garanti europei della privacy rischia di mettere a serio rischio l’attività di chi fa e-mail marketing.

La pronuncia adottata il 21 febbraio 2006 dichiara illegale l’utilizzo dei web bugs nelle e-mail. I web bugs sono quelle parti di codice inserite nel messaggio e-mail che consentono al mittente di sapere se il destinatario ha letto il messaggio, quante volte l’ha letto, se lo ha inoltrato e quali link ha cliccato.

La pronuncia sostiene la più dura opposizione a queste pratiche perchè i dati personali legati all’indirizzo email sono registrati e trasmessi senza un preventivo e certo consenso del destinatario.

Maggiori dettagli sono reperibili in questo articolo su Punto Informatico e leggendo il testo della pronuncia (PDF in inglese a pagina 9).

Penso che un’applicazione di questo genere sia veramente troppo limitativa. Se già ritengo la normativa attualmente vigente non in linea con le reali esigenze del mercato e delle aziende in particolare, questa ulteriore interpretazione si pone come una censura di tutte le attività di marketing diretto tramite internet.

Tra l’altro questa pronuncia è a mio avviso completamente inutile in quanto i mezzi attualmente a disposizione degli utenti internet consentono di tutelarsi da queste pratiche. Faccio solo presente che le maggiori web mail e i principali client di posta bloccano di default i contenuti esterni impedendo che venga trasmesso qualsiasi tipo di dato. Il fatto che siano impostazioni di default implica che anche l’utente meno avvezzo all’utilizzo delle tecnologie è protetto, fermo restando che se un utente è talmente sveglio da fare una denuncia al garante della privacy è anche sufficientemente sveglio per disabilitare la visualizzazione di codice html (l’unico in grado di fornire dati all’esterno, ndr).

Premesso che la pronuncia sostiene che l’unico modo per cui la raccolta dei dati possa avvenire secondo la legge è di consentire ai destinatari dei messaggi di scegliere e di dare il proprio consenso, ritengo che sarà sufficiente integrare l’informativa sulla privacy da accettare all’atto dell’iscrizione alla newsletter per non incorrere in spiacevoli quanto esagerate sanzioni.

La questione, però, non è trovare la soluzione al problema, ma chiedersi il perchè del problema. In questo caso il problema è la continua demonizzazione dell’email marketing, senza preoccuparsi del fatto che ci sono aziende che gestiscono questa attività in modo serio e utilizzano i dati raccolti al solo fine di fornire informazioni sempre in linea con gli interessi di chi queste informazioni le ha richieste.